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Il Tempo e i dialetti

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Il Tempo e i dialetti

Il dialetto: una lingua vera e propria!

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Quante volte, almeno una nella vita, abbiamo detto o sentito dire che l'Italia è un Paese meraviglioso?

Ed è vero. Culla delle arti, del pensiero rinascimentale, e della buona cucina, nell'immaginario collettivo appare sempre come una grande tavolozza di colori, che si mischiano tra loro creando nuove sfumature. Possiamo immaginare, perciò, ciascuna regione italiana come un colore diverso, con le sue bellezze, la sua tradizione culinaria e, soprattutto, con la sua lingua.

A questo punto, starete pensando: "Ma in Italia non ci sono altre lingue, solo dialetti!": è opinione diffusa (ed errata) pensare che il dialetto sia semplicemente una variante meno colta della lingua italiana, una specie di linguaggio frettoloso e popolare, nato per comunicare più in fretta e, soprattutto, tra persone non istruite. Beh, niente di più falso, o almeno impreciso.

 

Il dialetto è una lingua, a tutti gli effetti, poiché ha i suoi suoni, le sue intonazioni e la sua grammatica, con cui esprime dei significati che spesso non sono traducibili nelle lingue ufficiali. Non è una lingua minore o "maleducata", semmai una variante regionale (in gergo tecnico) della nostra amata lingua italiana, che tra l'altro arriva proprio da un dialetto! Una ragione in più, quindi per esserne fieri: i dialetti hanno origini antichissime, poiché nascono dalla commistione tra le lingue degli invasori, come i Normanni o i Visigoti in Calabria, e la lingua canonica.

 

Quello che distingue il dialetto, e quello calabrese in particolare, dalle lingue "maggiori" è il fatto che le sue regole non sono scritte sui libri, o almeno, non ancora. Inoltre, il dialetto è una lingua dinamica e variabile nello spazio e nel tempo, in continua evoluzione, perciò risulterebbe molto difficile fissarla tramite la scrittura: il dialetto è una ricetta in cui l'ingrediente fondamentale è il tempo. Necessita di tempo per giungere in un determinato luogo, per amalgamarsi bene con la lingua preesistente, e soprattutto, per stabilizzarsi ed evolversi al passo coi...tempi.

 

Oggi, nessuno di noi parla il dialetto dei nostri nonni: quando ascoltiamo i loro racconti, tutto sembra così magico, diverso, vivo, vero. Nella forza evocatrice risiede il potere del dialetto che, paradossalmente unisce tutti noi nella sua eterogeneità, proprio come farebbe un buon piatto.

E, ahinoi, così come la globalizzazione ha uniformato (oserei dire appiattito) gran parte delle tradizioni gastronomiche mondiali grazie alla nascita delle grandi catene di fast food, il predominio della lingua inglese ha influito in modo esponenziale e irreversibile sull'uniformazione linguistica, ai danni delle preziose varietà regionali.

 

Questo rischio di estinzione deriva soprattutto dal fatto che l'apprendimento, l'utilizzo e la trasmissione dei dialetti avviene soltanto oralmente, a differenza delle lingue ufficiali che, come abbiamo già detto, godono di una canonizzazione più ampia grazie alle grammatiche e ai manuali: è importante, quindi, ritrovare le nostre radici, e custodire il nostro patrimonio investendo del tempo nella nostra cultura popolare.

 

L'ideale sarebbe seguire l'esempio dei nostri nonni, ovvero raccontare filastrocche, come mìngula mìngula la zzia spìngula ai nostri bambini; o favole, come Acciuléja (conosciuta come la fiaba di Prezzemolina in italiano); farli giocare col pirùaci o con lu rùaju, anche solo per dar loro un po' di trattìenitu.

Il tutto deve avvenire con la lentezza e dedizione che il dialetto e l'apprendimento richiedono, spiegando il significato di ciascun termine, in modo da aggiungere altre ricchezze al nostro tesoro linguistico e gettare il seme del "pensare piano", in dialetto, senza fretta, nel giardino meraviglioso che è la mente dei più piccoli: secondo un vecchio adagio, "chi va piano, va sano e va lontano", o se preferite, "la gatta prescialora fici li gattarieji uarbi".


Autrice: Maria Chiara Pugliese, Dottoressa in Lingue e appassionata di dialetti e tradizioni folkloristiche